italianisti, italici, italioti 3

FABRIFIBRAinitaliacolosseoquadratoitalie1(deGregori-Gaberitalie4(di StefanoRosso)monologo 1984 da “io se fossi Gaber”

MONOLOGO

Io se fossi la Rai comprerei Berlusconi… tac!
Io se fossi Ornella Muti non parlerei neanche sotto tortura.
Io se fossi Strehler non farei tante scene.
Io se fossi Longo farei finta di niente.
Io se fossi Reagan mi farei scrivere i testi da Woody Allen, che fa più ridere.
Io se fossi La SAUB mi darei malata.
Io se fossi Maurizio Costanzo chiederei quante volte, con chi, anche di dietro, il resto è vita.
Io se fossi Mago Zurlì getterei la maschera e prenderei a calci in culo i bambini dello Zecchino d’Oro.
Io se fossi Jannacci farei un duo.
Io se fossi Cecco Angiolieri vorrei i diritti d’autore.
Io se fossi Dio… l’ho già detto.
Io se fossi Gaber…

Versione del 1991
Testo e musica: Giorgio Gaber e Sandro Luporini
Dallo spettacolo “Il Teatro Canzone” (1991)

Io
se fossi Dio
e io potrei anche esserlo
se no non vedo chi…
Io se fossi Dio non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente
sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare, appunto
cosa fa la gente.

Per esempio il cosiddetto uomo comune
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto poverino è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è il computer più perfetto
lui pensa che l’errore piccolino
non lo veda
o non lo conti affatto.
Per questo io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio rimpiangerei il furore antico
dove si amava, e poi si odiava
e si ammazzava il nemico.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
Sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbè, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.

Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e specialmente sull’amore
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti voi uomini mortali per le cose banali
per le cazzate tipo compassione e finti aiuti
ci avete proprio una bontà
da vecchi un po’ rincoglioniti.

Ma come siete buoni voi che il mondo lo abbracciate
e tutti che ostentate la vostra carità.
Per le foreste, per i delfini e i cani
per le piantine e per i canarini
un uomo oggi ha tanto amore di riserva
che neanche se lo sogna
che vien da dire:
ma poi coi suoi simili come fa ad essere così carogna…

Io se fossi Dio
direi che la mia rabbia più bestiale
che mi fa male e che mi porta alla pazzia
è il vostro finto impegno
è la vostra ipocrisia.
Ce l’ho con quelli che per salvare la faccia
per darsi un tono da cittadini giusti e umani
fanno passaggi pedonali e poi servizi strani
e tante altre attenzioni
per handicappati sordomuti e nani.
E in queste grandi città
che scoppiano nel caos e nella merda
fa molto effetto un pezzettino d’erba
e tanto spazio per tutti i figli degli dèi minori.
Cari assessori, cari furbastri subdoli altruisti
che usate gli infelici con gran prosopopea
ma io so che dentro il vostro cuore li vorreste buttare
dalla rupe Tarpea.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
maledirei per primi i giornalisti e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Signori giornalisti, avete troppa sete
e non sapete approfittare della libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate
e in cambio pretendete
la libertà di scrivere
e di fotografare.

Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti
e in questo mondo pieno di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate senza tremare un momento:
cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti
e si direbbe proprio compiaciuti
voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima
in primo piano.

Sì, vabbè, lo ammetto
la scomparsa totale della stampa sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione
della democrazia.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente.
Nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forze ributtante e contagioso
come la febbre e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce
che a vederle fanno schifo.

Io se fossi Dio dall’alto del mio trono
direi che la politica è un mestiere osceno
e vorrei dire, mi pare a Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
E’ un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
e poi se le rigira come lui vuole.

Signori dei partiti
o altri gregari imparentati
non ho nessuna voglia di parlarvi
con toni risentiti.
Ormai le indignazioni son cose da tromboni
da guitti un po’ stonati.
Quello che dite e fate
quello che veramente siete
non merita commenti, non se ne può parlare
non riesce più nemmeno a farmi incazzare.
Sarebbe come fare inutili duelli con gli imbecilli
sarebbe come scendere ai vostri livelli
un gioco così basso, così atroce
per cui il silenzio sarebbe la risposta più efficace.

Ma io sono un Dio emotivo, un Dio imperfetto
e mi dispiace ma non son proprio capace
di tacere del tutto.
Ci son delle cose
così tremende, luride e schifose
che non è affatto strano
che anche un Dio
si lasci prendere la mano.

Io se fossi Dio preferirei essere truffato
e derubato, e poi deriso e poi sodomizzato
preferirei la più tragica disgrazia
piuttosto che cadere nelle mani della giustizia.
Signori magistrati
un tempo così schivi e riservati
ed ora con la smania di essere popolari
come cantanti come calciatori.
Vi vedo così audaci che siete anche capaci
di metter persino la mamma in galera
per la vostra carriera.

Io se fossi Dio
direi che è anche abbastanza normale
che la giustizia si amministri male
ma non si tratta solo
di corruzioni vecchie e nuove
È proprio un elefante che non si muove
che giustamente nasce
sotto un segno zodiacale un po‚ pesante
e la bilancia non l’ha neanche come ascendente.
Io se fossi Dio
direi che la giustizia è una macchina infernale
E’ la follia, la perversione più totale
a meno che non si tratti di poveri ma brutti
allora sì che la giustizia è proprio uguale per tutti.

Io se fossi Dio
io direi come si fa a non essere incazzati
che in ospedale si fa morir la gente
accatastata tra gli sputi.
E intanto nel palazzo comunale
c’è una bella mostra sui costumi dei Sanniti
in modo tale che in questa messa in scena
tutto si addolcisca, tutto si confonda
in modo tale che se io fossi Dio direi che il sociale
è una schifosa facciata immonda.

Ma io non sono ancora nel regno dei cieli
sono troppo invischiato nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
avrei una gran paura del futuro.
C’è un’aria di sgomento che coinvolge il mondo intero
una minaccia un tragico fermento
di popoli e di razze in via di assestamento.
Io come Dio logicamente
li vedo tutti da lontano
ma a dirla onestamente più che altro
io sono un Dio italiano
col gusto un po’ indiscreto di frugare
negli antri più segreti, più nascosti
del potere.

Se fossi Dio
vedrei dall’alto come una macchia nera
una specie di paura che forse è peggio della guerra
sono i soprusi, le estorsioni i rapimenti
è la camorra.
E’ l’impero degli invisibili avvoltoi
dei pescecani che non si sazian mai
sempre presenti, sempre più potenti, sempre più schifosi
è l’impero dei mafiosi.

Io se fossi Dio
io griderei che in questo momento
son proprio loro il nostro sgomento.
Uomini seri e rispettati
così normali e al tempo stesso spudorati
così sicuri dentro i loro imperi
una carezza ai figli, una carezza al cane
che se non guardi bene ti sembrano persone
persone buone che quotidianamente
ammazzano la gente con una tal freddezza
che Hitler al confronto mi fa tenerezza.

Io se fossi Dio
urlerei che questi terribili bubboni
ormai son dentro le nostre istituzioni
e anzi, il marciume che ho citato
è maturato tra i consiglieri, i magistrati, i ministeri
alla Camera e allo Senato.

Io se fossi Dio
direi che siamo masochisti e un po’ dementi
che i nostri governanti non li mandiamo via.
E ormai ci possono fare qualsiasi porcheria
possono rubare e ricattare, possono ammazzare
e vomitarci addosso
che tanto noi
li votiamo lo stesso.

Io se fossi Dio
direi che siamo complici oppure deficienti
che questi delinquenti, queste ignobili carogne
non nascondono neanche le loro vergogne
e sono tutti i giorni sui nostri teleschermi
e mostrano sorridenti le maschere di cera
e sembrano tutti contro la sporca macchia nera.
Non ce n’è neanche uno che non ci sia invischiato
perché la macchia nera
è lo Stato.

E allora io
se fossi Dio
direi che ci son tutte le premesse
per anticipare il giorno
dell’Apocalisse.
Con una deliziosa indifferenza
e la mia solita distanza
vorrei vedere il mondo e tutta la sua gente
sprofondare lentamente nel niente.
Forse io come Dio, come Creatore
queste cose non le dovrei nemmeno dire
io come Padreterno non mi dovrei occupare
né di violenza né di orrori, né di guerra
né di tutta l’idiozia di questa terra
e cose simili.
Peccato che anche Dio
ha il proprio inferno
che è questo amore eterno
per gli uomini.

(versione 1…. 1980)
[1980]
Testo e musica: Giorgio Gaber e Sandro Luporini
Album “Io se fossi Dio”

Io se fossi Dio
e io potrei anche esserlo
sennò non vedo chi.
Io se fossi Dio
non mi farei fregare dai modi furbetti della gente
non sarei mica un dilettante
sarei sempre presente.
Sarei davvero in ogni luogo a spiare
o meglio ancora a criticare
appunto cosa fa la gente.

Per esempio il piccolo borghese
com’è noioso
non commette mai peccati grossi
non è mai intensamente peccaminoso.
Del resto, poverino, è troppo misero e meschino
e pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda
lui pensa che l’errore piccolino
non lo conti o non lo veda.
Per questo
io se fossi Dio
preferirei il secolo passato
se fossi Dio
rimpiangerei il furore antico
dove si odiava e poi si amava
e si ammazzava il nemico.

Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
non sarei così coglione
a credere solo ai palpiti del cuore
o solo agli alambicchi della ragione.
Io se fossi Dio
sarei sicuramente molto intero e molto distaccato
come dovreste essere voi.
Io se fossi Dio
non sarei mica stato a risparmiare
avrei fatto un uomo migliore.
Sì, vabbe’, lo ammetto
non mi è venuto tanto bene
ed è per questo, per predicare il giusto
che io ogni tanto mando giù qualcuno
ma poi alla gente piace interpretare
e fa ancora più casino.

Io se fossi Dio
non avrei fatto gli errori di mio figlio
e sull’amore e sulla carità
mi sarei spiegato un po’ meglio.
Infatti non è mica normale che un comune mortale
per le cazzate tipo compassione e fame in India
c’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna
che viene da dire
“Ma dopo come fa a essere così carogna?”
Io se fossi Dio
non sarei ridotto come voi
e se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante.
Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente
non capita sempre
e anche l’avventuriero più spinto
muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto.

Io se fossi Dio
farei quello che voglio
non sarei certo permissivo
bastonerei mio figlio
sarei severo e giusto
stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto
e se potessi
anche gli africanisti e l’Asia
e poi gli americani e i russi
bastonerei la militanza come la misticanza
e prenderei a schiaffi
i volteriani, i ladri
gli stupidi e i bigotti
perché Dio è violento!
E gli schiaffi di Dio
appiccicano al muro tutti.

Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Finora abbiamo scherzato.
Ma va a finire che uno
prima o poi ci piglia gusto
e con la scusa di Dio tira fuori
tutto quello che gli sembra giusto.
E a te ragazza
che mi dici che non è vero
che il piccolo borghese è solo un po’ coglione
che quell’uomo è proprio un delinquente
un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia
e che ha tentato pure di violentare sua figlia.
Io come Dio inventato
come Dio fittizio
prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:
speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia.
Così per i giornali diventa
un bravo padre di famiglia.

Io se fossi Dio
maledirei davvero i giornalisti
e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone
e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare delle libertà che avete
avete ancora la libertà di pensare
ma quello non lo fate
e in cambio pretendete la libertà di scrivere
e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti
di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento
come siete coraggiosi, voi che vi buttate
senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano
col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto
la scomparsa dei fogli e della stampa
sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio
di fronte a tanta deficienza
non avrei certo la superstizione della democrazia.

Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente
nel regno dei cieli non vorrei ministri
né gente di partito tra le palle
perché la politica è schifosa e fa male alla pelle.
E tutti quelli che fanno questo gioco
che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso
come la lebbra e il tifo
e tutti quelli che fanno questo gioco
c’hanno certe facce che a vederle fanno schifo
che sian untuosi democristiani
o grigi compagni del Pci.
Son nati proprio brutti
o perlomeno tutti finiscono così.
Io se fossi Dio
dall’alto del mio trono
vedrei che la politica è un mestiere come un altro
e vorrei dire, mi pare Platone
che il politico è sempre meno filosofo
e sempre più coglione.
È un uomo a tutto tondo
che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo
che scivola sulle parole
anche quando non sembra o non lo vuole.

Compagno radicale
la parola compagno non so chi te l’ha data
ma in fondo ti sta bene
tanto ormai è squalificata
compagno radicale
cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino
ti muovi proprio bene in questo gran casino
e mentre da una parte si spara un po’ a casaccio
dall’altra si riempiono le galere
di gente che non c’entra un cazzo.
Compagno radicale
tu occupati pure di diritti civili
e di idiozia che fa democrazia
e preparaci pure un altro referendum
questa volta per sapere
dov’è che i cani devono pisciare.
Compagni socialisti
ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi
compagni socialisti
con le vostre spensierate alleanze
di destra, di sinistra, di centro
coi vostri uomini aggiornati
nuovi di fuori e vecchi di dentro
compagni socialisti, fatevi avanti
che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti
fatevi avanti col mito del progresso
e con la vostra schifosa ambiguità
ringraziate la dilagante imbecillità.

Ma io non sono ancora
nel regno dei cieli
sono troppo invischiato
nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio
non avrei proprio più pazienza
inventerei di nuovo una morale
e farei suonare le trombe per il Giudizio universale.
Voi mi direte: perché è così parziale
il mio personalissimo Giudizio universale?
Perché non suonano le mie trombe
per gli attentati, i rapimenti
i giovani drogati e per le bombe.
Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia.
Io come Dio, non è che non ne ho voglia
io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili
o addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili
ma come uomo come sono e fui
ho parlato di noi, comuni mortali
quegli altri non li capisco
mi spavento, non mi sembrano uguali.
Di loro posso dire solamente
che dalle masse sono riusciti ad ottenere
lo stupido pietismo per il carabiniere
di loro posso dire solamente
che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente.
Io come uomo posso dire solo ciò che sento
cioè solo l’immagine del grande smarrimento.
Però se fossi Dio
sarei anche invulnerabile e perfetto
allora non avrei paura affatto
così potrei gridare, e griderei senza ritegno
che è una porcheria
che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia.
Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:
di noi posso parlare perché so chi siamo
e forse facciamo più schifo che spavento
di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento.
Ma io se fossi Dio
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.
E se al mio Dio che ancora si accalora
gli fa rabbia chi spara
gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista
diventa l’unico statista.

Io se fossi Dio
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio
c’avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana
è il responsabile maggiore
di trent’anni di cancrena italiana.
Io se fossi Dio
un Dio incosciente, enormemente saggio
c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era.

Ma in fondo tutto questo è stupido
perché logicamente
io se fossi Dio
la Terra la vedrei piuttosto da lontano
e forse non ce la farei ad accalorarmi
in questo scontro quotidiano.
Io se fossi Dio
non mi interesserei di odio e di vendetta
e neanche di perdono
perché la lontananza è l’unica vendetta
è l’unico perdono.

E allora
va a finire che se fossi Dio
io mi ritirerei in campagna
come ho fatto io.

italie3-litaliano,,T.Cot..

8-nitalie7a-fccmfntchitalie6-Bennato...fila pertrepngitalie7-litaliadipierocolosseoquadrato2italie0,,zombie....italie6a-Bennato..it.varie (43)it.varie0 (1)ORA...ORA... 2abitalie2-leradicicatieniitalie2-leradicicatieni2«Mi chiamo Vasco come un compagno di prigionia di mio padre.
Dopo l’8 settembre i tedeschi lo portarono nel campo vicino a Dortmund,
in Germania. Papà, che si chiamava Giovanni Carlo, fu uno dei 600 mila
che preferirono restare nei lager piuttosto che combattere al fianco dei nazisti.
Il campo fu bombardato, lui cadde nel cratere di una bomba,
questo Vasco lo tirò su, gli salvò la vita. Non si rividero più, non so se sia
sopravvissuto. Tanti suoi amici morirono di fatica. Papà tornò a casa
dopo due anni. Pesava 35 chili. Ci è rimasto il suo diario. Non riusciva a vedere
i film sull’Olocausto, erano emozioni troppo forti per lui».
«Io sono nato sopra l’osteria di mio nonno Breno, con una enne sola, a Zocca,
e sono cresciuto nel periodo più felice degli ultimi duemila anni.
La guerra era finita, finito il fascismo, finite le esecuzioni di massa dei tedeschi.
Gli scampati e i neonati erano vivaci, allegri. Il nonno aveva fatto la Grande
Guerra. Era in un reparto che doveva essere fucilato per diserzione:
riconobbe uno del paese, a un cenno si gettò in un dirupo, fu dato per
disperso, si nascose in convento; tanti anni dopo l’ho accompagnato a rivedere
i luoghi, il convento era sempre là. Io lo prendevo in giro:
“Nonno non sei stato proprio un eroe”, lui rispondeva:
“Era una guerra per ammazzare i poveretti”. Poi il nonno era andato in Africa
a lavorare come camionista. Camionista era anche mio padre».
«La domenica si facevano feste dove ti sedevi a tavola a mezzogiorno e ti alzavi
all’una di notte. Mia mamma Novella mi portava al bar – in casa non avevamo
la tv – a vedere le prime edizioni del festival di Sanremo, mi faceva imparare
le canzoni a memoria, e alle feste salivo sulla sedia a cantarle: “Chi gettò la
luna nel rio, chi la gettò…”. Oppure recitavo poesie autobiografiche:
“Io sono un bel bambino con gli occhi azzurri color del mare…”.
Per lei e per la mia tata Ivana, che aveva 15 anni, ero come un bambolotto:
mi pettinavano con la banana, giocavano con me. Mio nonno materno, Luigi,
suonava la chitarra, e tutti ballavano il valzer. Morì giovane dopo essersi bevuto
un mondo e quell’altro. Ricordo il suo corpo sdraiato sul letto, con il pancione
enorme».

Bimbo prodigio e studente tormentato
«Il prossimo primo luglio torno a suonare a Modena, per 220 mila persone,
e ne sono felice. Mi diverte perché a Modena è legata la mia prima affermazione
musicale: l’Usignolo d’oro. Ovviamente mi aveva iscritto la mamma. Mi avevano
allenato a Vignola con la fisarmonica, avevo preso lezioni di canto dal maestro
Boroncini: vocalizzi da 40 minuti. Votavano bambini poco più grandi di noi,
con le palette. Presi tutti 10 e vinsi clamorosamente, con la canzone
“Come nelle fiabe”. Ero allibito: non me l’aspettavo. Il primo premio era una
bicicletta. Il giornale locale scrisse che aveva vinto un pastorello che portava le
pecore al pascolo».
«La magia finì quando tornai a Modena per andare in collegio dai salesiani.
Noi montanari eravamo come adesso i migranti; e io, anche se una pecora non
l’avevo mai vista, ero davvero selvatico, cresciuto nei boschi, abituato a far la
lotta nell’erba. Avevo sempre le ginocchia sbucciate. In città fui schernito, isolato:
ci soffrii molto. Mi bocciarono subito, ma tanto ero un anno avanti. Poi ho fatto
ragioneria, una scuola assurda: impari cose per cui basterebbe un corso di tre
mesi, ed esci di lì senza sapere che sono vissuti Socrate e Platone. Ebbi solo un
momento di gloria, quando scrissi “Tema libero sul tema libero”, un flusso di
coscienza sul blocco da pagina bianca: presi “dal 9 al 10”. All’università volevo
fare il Dams, ma mio padre pretendeva una laurea seria. Mi iscrissi ad Economia,
poi a Pedagogia. Non ho mai finito, ma lui non mi ha mai detto nulla.
Ha sempre avuto fiducia in me, il suo unico figlio».
«Papà morì a 56 anni. Un ictus, mentre faceva manovra con il camion, tra i silos
di Trieste. Sono andato a prenderlo. Fu uno choc terribile. La mia vita cambiò.
Cominciai a fare sul serio; fino ad allora avevo scherzato. Tornavo a casa alle sette
del mattino e mio padre non c’era, si era alzato alle quattro. Io facevo il fighetto,
ero dj e mettevo musica da discoteca che detestavo: ascoltavo Genesis e Pink Floyd,
Madonna e Michael Jackson mi facevano orrore. Dopo la morte, mio padre mi è
entrato dentro. Mi ha lasciato la sua parte combattente, testarda, che si è unita alle
malinconie, alle gioie, alle canzoni che mi arrivano da mia madre.
Allora è cominciata la guerra. E da cantautore sono diventato un rocker».

Il malessere dentro
«Avevo già fatto i primi due concerti, organizzati da Bibi Ballandi, in piazza Maggiore
a Bologna e nei magazzini della Fiera: non c’era nulla, neanche gli strumenti,
dovemmo portarli da casa. La svolta fu il terzo concerto, a Vicenza. La piazza si
svuotò subito, e questo l’avevo messo in conto; ma poi un gruppo di ragazzotti al bar
cominciò a tirarci le freccette di carta. Mentre tornavo a casa in macchina mi sono
detto: io non permetterò mai più a nessuno di trattarmi così; la prossima volta che
uno tenta di disturbare un mio concerto, scendo dal palco e lo prendo a pugni.
Nel 1977 incisi il primo disco, Jenny. Ci eravamo inventati una radio libera, con gli
amici di Zocca. Io ero pure l’amministratore, ma di conti non capivo nulla.
La vendemmo al Pci, pensando che l’avrebbero lasciata a noi; mi misero a fare il
muratore, lavorai per sei mesi a 8 mila lire l’ora, per sistemare i locali, piazzare
i pannelli».
«Ero di sinistra, ma non sono mai stato comunista. Semmai, anarchico. Non mi
piacevano neppure Lotta continua e Potere operaio: studenti figli di papà, che di
giorno giocavano alla rivoluzione e la sera tornavano a casa per cena.
Facevo teatro sperimentale, stavo con gli indiani metropolitani. Più tardi mi sono
riconosciuto in Pannella. Ho creduto al sogno degli Anni 70, e quando è arrivata
la Milano da bere ho provato fastidio. Per questo mi arrabbio quando mi considerano
un simbolo degli Anni 80, dell’individualismo. Vita spericolata nasce dal
“vivere pericolosamente” di Nietzsche, mica dai paninari o dai rampanti.
Bollicine era una canzone contro la pubblicità, non sulla droga. Non eravamo riusciti
a cambiare il mondo; dovevamo cambiare noi stessi, rivendicare la nostra libertà
e la nostra diversità. Ho cominciato a togliere parole dai testi, sull’esempio dei
minimalisti: Meno di zero di Bret Easton Ellis e Le mille luci di New York di Jay
McInerney sono libri che mi hanno cambiato la vita. L’Italia si arricchiva, ma io il
malessere dentro l’ho sempre avuto. Le canzoni sono state il mio modo di confidare
cose che nella vita non avrei detto a nessuno, di calarmi nella tragedia della
condizione umana. Vedevo crescere la sofferenza, la disperazione, e negli Anni 90
le ho dato voce. Gli spari sopra, C’è chi dice no: ci sentiamo così comodi, siamo
così ipocriti; ma gli spari sono per noi».

Due figli “a sua insaputa”
«La droga era una fuga dalla fatica di vivere. Mi trovarono con 26 grammi di cocaina.
Ho fatto quasi un mese di galera, cinque giorni in isolamento. L’unico a venirmi a
trovare fu Fabrizio De André, con Dori. Pannella mandò un telegramma. Il carcere
fu un modo per disintossicarmi, e anche per resettarmi. Fino ad allora ero convinto
di bruciare in fretta, di morire giovane. Mi dissi che dalla sofferenza non si fugge,
ed era meglio andare sino in fondo alla vita, per vedere come va a finire questa
bella storia. E sono ancora qua».
«Al processo presi 22 mesi con la condizionale. Mi arrestarono una seconda volta,
in autostrada: accelerai per sfuggire a una volante, clacsonavo la macchina davanti,
ma era pure quella della polizia. Mi dissero: “Lei non sta in piedi, dobbiamo perquisirla”.
Avevo una bomboletta di gas urticante con il manico, un’arma di autodifesa vietata in
Italia, me l’avevano portata dalla Germania. E avevo un grammo di coca, che mi costò
un’altra notte in galera. Io pensavo che ognuno fosse libero di tenere un po’ di roba
per sé; e lo penso pure adesso, che non la uso più».
«Sanremo era fondamentale, per uno che da bambino cantava per la mamma le
canzoni del Festival. Il patron Ravera mi voleva, io resistevo: “Suono il rock, cosa vengo
a fare?”. Lui assicurò che potevo comportarmi come mi pareva. Andai per farmi notare.
Guardavo tutti come se fossero bambini dell’asilo, anche Al Bano. Ma non lo feci apposta
a gettare il microfono: siccome non riuscivo a infilarlo al volo nell’asta, me lo portai via
per darlo al prossimo cantante; ma il filo era troppo corto, e cadde con un frastuono
orrendo. In finale “Vado al massimo” arrivò ultima, è vero, ma aveva passato il turno,
mentre Claudio Villa era stato eliminato. Qualcosa stava cambiando».
«Nell’estate del 1984 vissi la rutilante vita della rock star – sorride Vasco -.
Una sera rividi Gabriella, una ragazza con cui ero stato per un anno, la accompagnai a
casa, la salutai affettuosamente, mica mi disse che dovevo stare attento…
Negli stessi mesi venne un’altra a dirmi che aspettava un figlio da me, ma quella
neanche la riconobbi, la mandai via, pensavo fosse matta. Me la ritrovai in giro per
Zocca con il passeggino, e mi arrabbiai ancora di più: mi aveva rubato un figlio!
Quando mi chiese di riconoscere Davide feci l’esame del Dna, e venne fuori che era
proprio mio. A quel punto mi offrii di fare l’esame del Dna anche per il figlio di
Gabriella, Lorenzo, ma lei non volle, “ti devi fidare e basta”. Fu Lorenzo, quando aveva
14 anni, a voler sapere chi fosse il padre. Feci il test: era mio pure lui.
L’ho fatto studiare, si è laureato. Davide invece fa l’attore, mi ha anche reso nonno.
Il mio primo nipotino si chiama Romeo, purtroppo lo vedo poco perché vive a Roma».

La fedeltà in amore
«Albachiara la scrissi per Giovanna, una ragazza che vedevo scendere dall’autobus
a Zocca. Era un pezzo provocatorio, con quel finale sulla masturbazione femminile, allora
tabù, anche per le mie amiche. Ma Giovanna non credeva che l’avessi composto per lei,
pensava fosse un modo per intortarla, e allora scrissi “Una canzone per te”.
Alla fine una storia l’abbiamo avuta, e ci mancherebbe altro, dopo due canzoni così…».
«Poi ho incontrato Laura. Era giovanissima, un po’ stronza, molto bella.
La donna della mia vita. Ho tentato due volte di lasciarla. L’ho messa alla porta, e lei si
è seduta sulla valigia, fuori dal cancello: ho dovuto riprenderla, temevo arrivassero i
carabinieri ad arrestarmi. Poi le ho telefonato per dirle che era finita, e Laura si è
precipitata fuori dallo studio di registrazione, ha aspettato finché non l’ho fatta entrare.
Da lei ho avuto Luca, che è figlio dell’amore. Ora ha 25 anni e studia a Los Angeles,
crea giochi per Internet. Laura non la tradisco mai. Fedeltà assoluta. Mettere su famiglia
e restare un rocker non è stato facile, ma ce l’ho fatta. Ero stanco di vivere in albergo
circondato da una corte dei miracoli, volevo un motivo per tornare a casa la sera».
«L’ho pure sposata, il 7 luglio 2007, quando sembrava stessi per morire a causa di un
batterio killer, e i giornali scrivevano che avevo il cancro. In tal caso non mi sarei
curato; sarei partito per i Caraibi, per morire vivo. Invece dopo due anni di antibiotici
ne sono uscito. Ero solo tutto il giorno e ho scoperto Internet: su Facebook ho conosciuto
un sacco di amici veri. L’intelligenza collettiva della rete è l’individuo del futuro.
Grillo? Un grande, ha catalizzato la ribellione; ora bisogna capire che idee ha davvero.
Berlusconi mi ha deluso: era socialista, speravo scendesse in politica a sinistra,
non a destra. Oggi i pericoli sono Trump e Marine Le Pen».
«Sono felice di tornare al parco di Modena a suonare. Modena Park, come lo chiamo
in Colpa d’Alfredo: una canzone scorrettissima, che sfuggì alla censura –
“è andata a casa con il negro la troia” – solo perché nessuno l’aveva sentita prima.
Sono stato il primo italiano a riempire uno stadio:
San Siro, 10 luglio 1990. Come dice? Che con 220 mila biglietti venduti batterò il record
di Ligabue? Ma questa rivalità è stata montata ad arte. Ognuno fa la sua gara. E poi al
limite io posso essere paragonato agli Stones. Mi chiesero di suonare con loro, per
vendere più biglietti; dissi no. Il prossimo primo luglio sarà una grande festa. Farò un
concerto lungo, canterò finché avrò fiato;
del resto il mio sogno è sempre stato morire sul palco».

23 febbraio 2017 (modifica il 24 febbraio 2017 | 13:23)
intervista di Aldo Cazzullo per IL CORRIERE DELLA SERA.

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italianisti, italici, italioti 3ultima modifica: 2017-03-01T05:29:11+00:00da Raydessansev
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