boia boia li Savoia

boia boia li savoia10La massoneria siciliana, da anni, stava preparando la sollevazione antiborbonica. La rivoluzione borghese cominciò ben prima dell’arrivo di Garibaldi; L’isola godeva di un’ampia autonomia ed è sempre stata nelle mire inglesi data la sua posizione strategica nel Mediterraneo.
Sin dal 12 gennaio del 1860 vi furono ribellioni guidate e sollecitate dall’alto. La morte di Ferdinando II e la giovane età del suo erede diedero un impulso decisivo alla famelica orda borghese che voleva tutto il potere politico, non volendolo più delegare ad alcuno. Cosa che i siciliani pagheranno poi a caro prezzo…
I capi della rivoluzione borghese siciliana avevano a Londra i loro agenti segreti in contatto col Primo Ministro di Sua Maestà, lord Palmerston; sicuri dell’appoggio inglese facevano promesse pubbliche e mietevano menzogne tra la popolazione per spingerla contro il Re Borbone.( Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Vol.I, pag. 153)
Iniziò così la rivoluzione siciliana. A maggio, quando Garibaldi arrivò il più era gia fatto. Iniziò con il pirata nizzardo l’orgia di sangue, la guerra fratricida fatta di eccidi e ritorsioni barbariche.
Cavour, Garibaldi, il Vittorione, Mazzini erano solo delle marionette nelle mani del primo ministro inglese, nelle mani cioè di colui il quale ha tramato e tessuto i fili della politica internazionale dei primi sessanta anni dell’800, Lord Parlmerston, appunto.
A Bronte, per mano di Nino Bixio, Garibaldi fece fucilare i contadini che avevano osato usurpare le terre concesse agli inglesi dai Borbone. Amico e servo dei figli d’Albione, assassino e criminale di guerra per aver fatto fucilare cittadini italiani.( Antonio Ciano, I Savoia e il massacro del Sud, Edizioni Grandmelò, Roma, 1996, pag. 56)
Sempre nel nome santo di Garibaldi.(Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi Editori, pag 195)
36 assassinati a Girgenti.

(…)

Ovvero, omaggio all’ultimo Re del Regno delle Due Sicilie 

Francesco II di Borbone e a sua moglie la regina Sofia

( lettera di Giuseppe Zingone )

Illustre generale Giuseppe Garibaldi, ricorre quest’anno il bicentenario della sua nascita e sono in atto celebrazioni in tutta Italia e questa mia lettera non vuole essere una rimostranza verso chi nel bene e nel male portò a compimento la missione che gli fu affidata, anche perché non amo le dietrologie per cui da buon napoletano “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato…”.

In ogni caso ad onor del vero mi sembra doveroso fare alcune considerazioni postume sulla storia che fu, valutazioni molto personali e gliele rivolgo quale confessione di un meridionale “esule” a Roma per motivi di lavoro, ma sempre meglio della sorte che toccò al suo re Franceschiello.

 

Mi permetta dunque in questo tono confidenziale di darle del TU anzi preferirei chiamarla Peppino, poiché come lei ben sa, siamo omonimi ed anche perché questo nome mi riporta in mente i bellissimi film del mio amatissimo principe Antonio de Curtis e la sua immensa spalla Peppino De Filippo.

Io, caro Peppino, sono nato a Castellammare di Stabia nel 1971, cittadino della Repubblica Italiana, a te questa determinazione non dice perfettamente nulla, ma a me che sento tutto l’impeto di essere meridionale “sta cosa nun se ne scenne propio”, ma tu ci pensi che bello sarebbe stato quando, presentandomi ad altre persone, avrei detto: “Piacere Giuseppe Zingone nato a Castellammare di Stabia nel Regno delle Due Sicilie”; Peppì, senti che poesia, la gente si sarebbe subito immaginato il mare blu, ‘o sole, tramonti d’incanto, acqua buona come il vino, magnà’ di cui Tu non hai sentito nemmeno l’odore, e a te ti sembra poco!!!!!

 

In ogni caso ti dicevo che negli ultimi tempi vengono avanzate ipotesi assai severe su quella che fu la riunificazione d’Italia sotto i Savoia, penso che questi signori te li ricordi; sono quelli che sovvenzionarono la tua missione per invadere un Regno che detta tra noi era considerato anche amico. I Savoia “che bella ggente”, quelli mangiavano anche a credito, nun tenevano manco ll’uocchie pe chiagnere e dove li posarono quegli occhi?  Sulla mia bella terra!

 

Peppenièllo scusami la franchezza, ma quale eroe dei due mondi tu eri un mercenario, lo sei stato in Brasile e ancor di più in “Italia”!!! Se sei d’accordo, facciamolo davvero questo revisionismo storico, lo sai meglio di me che sono appassionato di storia, e invito chi avrà la voglia di leggere questa lettera di andare ad immergersi nella lettura dello studio del professor Giuseppe Ressa sul sito “Il portale del Sud”. La storia delle conquiste, delle guerre, si sa, la fa il vincitore, ma ti pare che gli storici del momento, avrebbero potuto avere una visione diversa da quella che gli veniva imposto di scrivere? E quelli sarebbero stati tacciati di essere borbonici, nemici della nascente patria!!! Quanto meno sarebbe spettata loro una bella fucilazione senza processo, tu li conosci bene sti modi di fare…

 

Peppì la verità e che fu una invasione vera e propria, forse non tutti amavano Franceschiello, sicuramente il Re aveva i suoi difetti, troppo dipendente dal padre, anche ‘nu poco bizzuoco, ma moralmente integro e sinceramente innamorato del suo Regno, un vero napoletano. Non come quei fetenti dei baroni siciliani, per non parlare di quegli ufficiali borbonici che per non perdere chilli quatte ducati, passarono dall’altra parte, mentre i poveri surdate rimasero a combattere p’‘o Rre.

Pensa che i tuoi finanziatori promisero a questi nobili giovanotti con la divisa di non perdere i gradi e il riconoscimento della pensione anche nella futura carriera; degli Inglesi è meglio che non ti parlo proprio, in ogni caso a loro ci ha pensato Iddio donandogli tante jurnate ‘e umidità!!! Ma poi chello ca me fa cchiù raggia, perdere ‘nu Rre pe n’avè’ ‘n’ato ca nun parlava manco napulitano?!

A Scuola mi hanno sempre raccontato che il Regno delle Due Sicilie era indebitato fino al collo, ma mai quanto ‘o Piemonte! Sta a sentì’ a mme, fuje tutto ‘nu ‘mbruoglio, e ‘o sanno bbuono i miei connazionali del tempo e ‘o ssaje pure tu che scriviste “che se fossi tornato al Sud ti avrebbero linciato”, ma po’ Peppì pàssate ‘a mano p’‘a cuscienza e dimme: ma sti sorde d’‘o Sud, che fine hanno fatto?!

 

Ti vorrei parlare adesso di come eravamo poveri a Castellammare, la mia città da sempre ha goduto di molteplici privilegi che nel tempo i suoi vari dominatori le hanno sempre riconosciuto ed incentivato, nobili da tutte le province del Regno avevano stabilito la propria dimora nella nostra bella Città, lo testimoniano le numerose ville (casine di delizie scrive il professor Pippo D’Angelo, ricordando la celebre “Madame Bovary” di Gustave Flaubert) e insieme alla presenza è chiaro trasferivano anche i capitali. D’estate la migliore nobiltà europea rendeva il proprio omaggio ai regnanti che venivano a passare su alla Casa Reale di Quisisana le proprie vacanze, lo può ben dire il caro amico Gaetano Fontana che da anni colleziona stampe di Castellammare provenienti dal globo intero.  Pensa Peppì che fu nostra ospite nientedimeno che la sorella della Regina Sofia, la bella Sissi, a proposito di Sofia, mai nessuna regnante fu moralmente infangata come lei, i tuoi sponsor ebbero la brillante idea di realizzare uno dei primi fotomontaggi dell’epoca mettendo sotto il suo viso il corpo nudo di una prostituta, fosse stato un bel corpo ma chella era pure tarchiata, insomma in fatto di fetenzie i Savoia erano numero UNO, l’unico torto di quella buona donna era di voler ridare il Regno delle Due Sicilie a suo marito Ciccillo.

 

Tornando a noi cito i Cantieri Navali,  Regi  lo sono perché Borbonici, una Cristalleria, la ferrovia prolungamento della Napoli-Portici, e Dio solo sa quanta altra ricchezza in fabbriche; avevamo terreni coltivati a lenticchie, (vedi il significato di Rubilia su questo sito) a gelso, e piante ‘e aulive, ma quala famma Peppì, qui se una fame c’era, era quella degli invasori!

 

Avite massacrate popolazioni intere, il brigantaggio al meridione è stata ‘na vostra invenzione pecchè si rimaniveve ‘o paese vuosto, quella era gente che campava felice!!!

Qualcuno allora mi dirà: “Ma voi stavate bene perché avevate i regnanti vicino?”

 

Ed io sinceramente vi rispondo: “Sì avevamo i regnanti vicino!”, ma prima dell’unità d’Italia la nostra gente e parlo dell’intero Mezzogiorno, non sapeva neanche cosa fosse l’emigrazione, ma da lì in poi è stata una continua tragedia di vite umane, gente che per sopravvivere, molto spesso, si è dovuta trasferire in un altro mondo! Peppì chiste so’ gli eroi! Vuoi o non vuoi sono questi i fatti, le solenni celebrazioni vanno rese a loro, a loro che hanno fatto grande il nome d’Italia e già che ci sei anche al Sud… MILLE scuse si dovrebbero porgere!

In un certo senso anch’io mi sento una vittima dei Savoia e della loro politica, come tutti quelli che hanno dovuto lasciare il loro Sud amato ed odiato nello stesso tempo perché non gli ha potuto garantire da vivere dignitosamente!

Ma ci pensi che oggi in un ideale Regno delle Due Sicilie io ero ‘a perzona cchiù felice d’‘o munno! Tenevo Faito, ‘o mare, ‘e Terme, ‘e chalet all’Acqua della Madonna, nun ridere Peppì, ‘a sera ‘na bella ‘mpepata ‘e cozze, ‘nu giro in una nostalgica carrozzella e…, ma quale Italia, e poi hai visto che è st’Italia, la giusta eredità dei Savoia, è proprio vero l’albero si riconosce dal frutto!!!!!

Il fatto poi che non ti perdono è che quando arrivasti a Napoli per ingraziarti i napoletani andasti a trovare San Gennaro e subito dopo hai affermato in maniera blasfema che il suo sangue era una mistificazione chimica, e adesso che sei nel mondo della verità, spero proprio che San Gennaro ti abbia dato una bella mazzata ‘ncapa! ‘A stessa sera po’ te pigliaste tutto l’oro d’‘e napulitane che il Borbone aveva lasciato per non far devastare Napoli ed anche pecchè era ‘nu Signore overo!!! Peppì sai che ti dico?

Evviva Francesco II, evviva Maria Sofia!!!!!

P.S.: l’autore ringrazia il prof. Bonuccio Gatti per la preziosa collaborazione offerta.

 

(…)

resta comunque insoluto il mistero della corruzione di tanta parte dello Stato Maggiore  Borbonico e dell’Ammiragliato a cui era delegata buona parte della difesa del regno.

(…)

Nel 1848, quando l’Europa è stata incendiata dalle rivoluzioni, Proudhon  stava sulle barricate di Parigi e, nel giugno di quell’anno, è stato eletto deputato all’assemblea costituente. Per quello che era possibile in quelle condizioni, il parlamento francese aveva cercato di aiutare i movimenti libertari che si erano sviluppati anche in Italia. […]

Stagione breve. I vecchi regimi sono stati restaurati e Proudhon, per evitare i guai giudiziari delle sue scelte politiche, ha preso la strada del Belgio. Da quell’osservatorio ha seguito le vicende del Risorgimento che gli hanno strappato commenti al vetriolo “Quando l’unità sarà realizzata, il popolo italiano non starà affatto meglio!”. […] Cupe previsioni.

“Il primo effetto della centralizzazione sarà la scomparsa di ogni sorta di carattere indigeno nelle diverse località del paese. Si crede, con questo, di esaltare nella massa la vita politica: invece la si distrugge nelle sue parti costitutive e fin nei suoi elementi. Uno stato di ventisei milioni di anime è uno stato nel quale ogni libertà provinciale e municipale è confiscata a vantaggio di un potere superiore che è il governo. Ogni località deve tacere. Il campanilismo deve fare silenzio.

Si fa appello alla nazionalità e il primo atto dell’indipendenza è fagocitarla: napoletani, romani, lombardi, toscani non sono in Italia più di quanto ungheresi, boemi, croati siano in Austria…Contraddizione clamorosa, derisione della specificità individuali,  delusione per un progetto destinato a morire.” […]

“Per far funzionare questa macchina immensa” – sosteneva – “è necessaria una burocrazia prodigiosa e legioni di funzionari. Per difenderla dall’interno e dall’esterno, renderla rispettabile ai propri sudditi e ai propri avversari, occorre un esercito permanente […] Le spese generali dello Stato aumentano in modo proporzionale alla centralizzazione e in modo inverso alla libertà lasciata alle province.” […]

Ed ancora “L’Italia è una lunga penisola, divisa nella sua lunghezza da una catena continua di montagne dalle quali si dipartono, su entrambi i lati, un gran numero di vallate, separate da altrettanti crinali e perfettamente indipendenti. Lo si direbbe lo scheletro di un immenso cetaceo. La conformazione più originale e più decisamente federalista che ci sia al mondo. Queste piccole divisioni sono tanto ravvicinate da poter consentire un mutuo soccorso ma altrettanto indipendenti e libere da ogni vincolo reciproco. Come riunificarle senza fare loro violenza?

sicilia e sardegnaChe bisogno c’è di unire sotto uno stesso governo  la Sicilia e la Sardegna? Che bisogno hanno queste isole l’una dell’altra, o del continente dirimpetto, per la loro sicurezza, la loro agricoltura o la loro industria? Solo il commercio potrebbe giustificare l’annessione, ma il commercio , l’attività più necessaria dopo il lavoro, è quella che più volentieri fa a meno della centralizzazione. Non c’è forse il libero scambio?

Si potrebbero creare sessanta sovranità in Italia! Del resto è così che ha vissuto per molti secoli, prima della conquista romana e, con la caduta dell’impero d’Occidente, è ritornata alla sua condizione naturale. E fanno mille anni.

La lezione è una sola: è evidente – di un’evidenza immediata – che l’Italia è antiunitaria.[…]

italia divisaIl movimento dell’unità d’Italia è diventato camarilla governativa. La camarilla è la politica degli affari. Se vogliamo chiamarla con il suo nome è corruzione. Unità dunque centralizzazione, grossi emolumenti, sinecure, monopoli, privilegi, concessioni, regalie

* “Contro l’Unità d’Italia” di Pierre-Joseph Proudhon

(…)

da “ONDA DEL SUD –  indipendente -“boia boia li savoia2 boia boia li savoia45 boia boia li savoia31 boia boia li savoia25RdS boia boia li savoia0 boia boia li savoia boia boia li savoia83 boia boia li savoia52boia boia li savoia35 boia boia li savoia82 boia boia li savoia81 boia boia li savoia80 boia boia li savoia79 boia boia li savoia67--Camilleri boia boia li savoia65 boia boia li savoia76 boia boia li savoia75 boia boia li savoia74 boia boia li savoia73 boia boia li savoia72 boia boia li savoia71 boia boia li savoia68boia boia li savoia43 boia boia li savoia39 boia boia li savoia63 boia boia li savoia40 boia boia li savoia60 boia boia li savoia23 boia boia li savoia61 boia boia li savoia20boia boia li savoia69 boia boia li savoia36 boia boia li savoia58 boia boia li savoia56 boia boia li savoia19 boia boia li savoia21 boia boia li savoia51 boia boia li savoia50n boia boia li savoia49 boia boia li savoia34 boia boia li savoia48boia boia li savoia41 boia boia li savoia27 boia boia li savoia24 boia boia li savoia37 boia boia li savoia28 boia boia li savoia30 boia boia li savoia11 boia boia li savoia8 boia boia li savoia7 boia boia li savoia5 boia boia li savoia25 boia boia li savoia1 boia boia li savoia4 boia boia li savoia46 boia boia li savoia32 boia boia li savoia55 boia boia li savoia54 boia boia li savoia45boia boia li savoia31boia boia li savoia25boia boia li savoia44

Dopo 150 anni di menzogne la Banca d’Italia conferma: l’Unità d’Italia ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno.

di  Michele Loglisci e Francesco Schiraldi *

Il processo di verità storica che da tempo sta squarciando il muro di oblìo eretto a difesa di una mistificata interpretazione delle vicende unitarie e post unitarie della nostra nazione, ha trovato nuovo e solidissimo impulso per merito di una pubblicazione scientifica edita da un’istituzione dall’indiscussa affidabilità quale la Banca d’Italia. Se fino ad oggi si è potuto confutare, su basi storiografiche peraltro tutte da verificare, quanto asserito da chi, carte alla mano, mira a dimostrare come il presunto processo unitario si sia risolto nei fatti in una feroce e avvilente colonizzazione del Mezzogiorno, oggi scende in campo la Banca d’Italia, con il suo indiscusso prestigio, a sancire, sulla base di incontestabili analisi e dati statistici, la verità di fattitroppo a lungo vergognosamente manipolati.

Ebbene, a contraddire definitivamente un’ideologia mistificatrice della realtà di episodi che hanno costretto il Mezzogiorno ad una immeritata situazione d’inferiorità, irrompono con l’autorevolezza  che gli deriva dalla reputazione di studiosi il Prof. Stefano Fenoaltea, docente di Economia Applicata all’Università di Tor Vergata (Roma), insieme al collega Carlo Ciccarelli,Dottore di Ricerca in Teoria economica ed Istituzioni nella stessa Università.

Nel loro accuratissimo saggio, il cui alto valore scientifico ha meritato per i due economisti l’onore della pubblicazione da parte della Banca d’Italia, gli studiosi dell’Università di Tor Vergata hanno non solo reso manifesto, potremmo dire, ma bensì confermato come all’origine dell’attuale sottosviluppo del Sud ci sia una bugiarda unificazione nazionale. Sin dalle prime pagine del loro lavoro di ricerca, apparso peraltro solo in lingua inglese nei “Quaderni di Storia Economica di Bankitalia”, n. 4, luglio 2010 (domanda: perché non in italiano e con adeguato resoconto pubblico?), Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli affermano così esplicitamente: “L’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria» (Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of industrial Growth in Post-Unification Italy, pag.22).

A scrupoloso fondamento del loro studio, corredato da minuziose tabelle statistiche, gli economisti di Tor Vergata prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano, precisamente negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911. La disponibilità di una notevole massa di dati nazionali e regionali ha offerto l’opportunità a Fenoaltea e Ciccarelli di comprendere a fondo, come sostanzia loro ricerca,  lo sviluppo dell’Italia nei primi decenni dopo l’unificazione. Orbene, il meticoloso lavoro eseguito aggiunge, ai dati già disponibili, un’analisi dei dati disaggregati relativi alla produzione industriale in 69 province tra il 1871 e il 1911, determinando gli studiosi a svelare che: «Il loro esame disaggregato rafforza le principali ipotesi revisioniste suggerite dai dati regionali». Più eloquente di così…e, si sottolinea ancora, qui sono i numeri che parlano esplicitamente!

La tabelle pubblicate da Fenoaltea e Ciccarelli mostrano che nel 1871 il tasso di industrializzazione del Piemonte era del l’1.13%, quello della Lombardia 1.37%, quello della Liguria 1.48%. Da evidenziare come, a questo punto, fossero già trascorsi dieci anni di smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, con il ridimensionamento di importanti stabilimenti come le officine metallurgiche di Pietrarsa, a Portici (Napoli) (oltre 1000 addetti prima dell’unificazione ridotti a 100 nel 1875), nonché quelle di Mongiana in Calabria (950 addetti nel 1850 ridotti a poche decine di guardiani nel 1873): ebbene, nonostante l’opera devastatrice dei presunti liberatori scesi dal Settentrione, l’indice di industrializzazione della Campania era ancora dello 1.01%, con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44% e quindi più di Torino che era solo all’1.41%.

L’indice di industrializzazione della Sicilia era allo 0.98%, quindi agli stessi livelli del Venetoche era al 0.99%, la Puglia era allo 0.78% con la provincia di Foggia allo 0.82%molto più di province lombarde come Sondrio, allo 0.56%, e vicinissima ai livelli di industrializzazione dell’Emilia, lo 0.85%. La Calabria era allo 0.69%, con la provincia diCatanzaro allo 0.78% e perciò allo stesso livello di Reggio Emilia e più di Piacenza, che era allo 0.76%, ma anche di Ferrara allo 0.74%.

Il tasso di industrializzazione della Basilicata era allo 0.67%, un indice che per quanto a prima vista basso era comunque più alto di aree liguri come Porto Maurizio che era allo 0.61%. L’Abruzzo era invece allo 0.58%, con L’Aquila a 0.63%.

Detto questo, appare drammatico come, quarant’anni dopo, nel 1911, l’indice di industrializzazione del Piemonte fosse salito all’1.30% mentre quello della Campania era sceso a0.93%, con Napoli all’1.32%. La Lombardia era arrivata all’1.67%, la Liguria all’1.62%, mentre la Sicilia era crollata allo 0.65%, la Puglia allo 0.62%, la Calabria allo 0.58%, la Basilicataallo 0.51%.

Questo resoconto piuttosto tragico ma fondato su incontrovertibili riscontri scientifici, perché i numeri si possono occultare ma se resi noti non possono certamente ingannare, rende chiaro come la Banca d’Italia, pubblicando il qualificato studio di Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli, abbia certificato ufficialmente con la sua autorevolezza come l’arretratezza industriale del Sud non sia un’eredità dell’Italia pre-unitaria ma bensì un sottosviluppo voluto da una unificazione nazionale strumentalizzata in modo scellerato ai danni del Mezzogiorno.

 

*Consiglieri Nazionali Partito “per il Sud”

(…)

                                                                                              Istruzione e mistificazione                                                BY MONICA LIPPOLIS · 30 MARZO 2015

L’immagine di un Sud analfabeta sottratto al suo miserabile destino dal liberatore sabaudo è solo l’ennesimo tassello che compone il mosaico della menzogna risorgimentale

a)   .Durante il Decennio francese al Sud (1806-1815) si rese obbligatoria l’istruzione elementare facendo carico ai Comuni di tenere un maestro ed una maestra (Decreto del 15/08/1806), ma la norma non potè avere facile esecuzione soprattutto per motivi di natura finanziaria; tuttavia la bontà del provvedimento apparve innegabile e la disposizione normativa rimase sostanzialmente immutata anche dopo la restaurazione borbonica (53 anni prima della legge Casati).

b)  .I Borbone diedero all’istruzione un nuovo assetto che rimase immutato fino alla caduta del Regno delle Due Sicilie.
Gli istituti destinati alla PUBBLICA istruzione erano le regie università, i reali collegi, i seminari e le scuole secondarie (nei Comuni principali) e primarie (in tutti i Comuni) e in più vi era una quantità enorme di scuole private.

c)   .Tra Accademie, Biblioteche, Reali Educandati, Conservatori, meritano di essere citati i Reali Istituti di Incoraggiamento: essi avevano lo scopo di promuovere l’economia pubblica e privata, l’agricoltura e le arti, col sussidio delle scienze e mediante le scoperte che venivano fatte nelle diverse province del Regno.

d)  .Quale ulteriore oggetto di curiosità diremo che nell’ottocento esistevano due tipi di eserciti: quelli “di cultura” e quelli “di disciplina”.
La differenza consisteva nel fatto che mentre il primo prevedeva l’istruzione obbligatoria (nel senso che i soldati dovevano imparare a leggere e a scrivere), il secondo vietava tutto quello che poteva portare il soldato alla alfabetizzazione.
Il Real Esercito delle Due Sicilie era del tipo “di Cultura”.

e)   . Nel Regno delle Due Sicilie si contavano oltre 10.000 studenti universitari, contro i poco più di 5.000 del resto d’Italia.

f)    . Nè si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie ai sussidi che furono immediatamente aboliti all’arrivo dei piemontesi.

g)  .Viene spesso evidenziato che il ritardo dell’Italia meridionale rispetto al Nord era dovuto all’alto tasso di analfabeti e pare che ciò sia stato sufficiente perché il Piemonte si arrogasse il diritto di conquista e annessione del Sud. Se questo dovesse essere preso alla lettera, allora chiunque avrebbe potuto legittimamente invadere la Sardegna dove il tasso di analfabetismo era il più alto dell’Italia di allora : il 91,2% (P. Aprile)
Ma la Sardegna era governata da Torino e non da Napoli e i suoi dati dovrebbero far media con quelli di Torino e no accorparli al Mezzogiorno!!!

h)  .Nel Regno delle Due Sicilie sono nate facoltà universitarie esportate in tutto il mondo: la moderna storiografia, l’economia politica, la vulcanologia, la sismologia, l’archeologia…

i)     .Produzione sorprendente per un popolo di analfabeti!
Alla luce di quanto riportato, appare ovvio che il censimento del 1861 è alquanto discutibile per parzialità (i dati sono relativi solo ad alcune regioni) e per inattendibilità perché realizzato in pieno caos amministrativo, nel passaggio da un regno all’altro e in piena guerra civile scoppiata in tutto il Sud. I documenti originali relativi al censimento del 1861 sono spariti.

j)    .Ma potreste opporci i dati relativi al censimento del 1871, quando non c’era più la guerra. Spariti pure quelli! Incredibile come possa essere selettiva la distrazione! (P. Aprile).Ci capita di essere attaccati (è successo proprio in merito alla percentuale di analfabeti nel meridione prima e dopo il Risorgimento) da chi, avendo studiato storia alle elementari, alle medie e con grande sforzo anche alle superiori, ritiene non fondate le nostre affermazioni. Bene, qui sono stati da noi riportati una serie di fatti, tutti accreditati da fonti documentali e pertanto verificabili. D’ora in poi riterremo degne di attenzione solo obiezioni altrettanto documentate e non basate semplicemente sul SILENZIO dei libri di storia. L’unico passaggio “felice”, di una “contestazione poco attendibile”, che ci sentiamo di condividere è il seguente: <raccontare la storia diversamente è sciocco, è bugiardo! E condividerla senza averla verificata è TONTO!>

(…)

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relativamente al Lombardo-Veneto si viene a sapere…

“…Le tasse italiane erano superiroi di due volte quelle austriache.
I “Lumbard” ai quali probabilmente Lei si riferisce,
erano una minoranza di nobili che erano rimasti fuori
dal sistema asburgico del merito e della giustizia sociale,
tanto che i più asburgici dei lombardi, furono sempre i contadini,
la categoria sociale storicamente più protetta dall’ Austria
e forse non del tutto erroneamente, visto che agli inizi del 1800
costituivano il 98% della popolazione e che alla fine del 1900, erano il 75%.

Si trattava dei nobili cittaidni,
che pretendevano di continuare a vivere di rendita e
che non avevano effettuato gli investimenti suggeriti dal
“catasto teresiano” a beneficio delle loro terre
e della produttività della Lombardia.

Ma dall’altra parte c’erano i nobili illuminati
che tali investimenti effettuarono, che migliorarono
concretamente le condizioni di vita della popolazione,
iniziarono l’industria serica e meccanica e che ebbero il loro giusto
riconoscimento dall’amministrazione
del Lombardo e poi del Lombardo Veneto con l’esenzione fiscale,
nonchè se erano lealisti ed appartenevano alla Guardia Nobile,
con le ricompense dei nuovi tioli nobiliari ed altri riconoscimenti imperiali.

Questa nobiltà di campagna o delle province periferiche,
si traferì in gran parte in Austria dopo l’avvento dei Conquistadores,
oppure dovette subire pesanti punizioni da parte dei nuovi ceti
emergenti appoggiati dai Conquistadores, che erano composti
dai nobili speculatori, ma in larghissima misura
dai nuovi intellettuali formati dagli stati giacobini napoleonici,
tra i quali la classe emergente era quella dei legulei,
tutti iscritti alla massoneria.

I comitati cittadini che ebbero il potere nel 1848
e che lo mantennero per pochi mesi o in qualche caso fino al 1849
nel piemonte orientale e nella lombardia occidentale,
erano tutti presidiati da avvocati, che con il sistema austriaco
avrebbero potuto solo sperare di sbarcare il lunario,
ma non certo di comandare e di arricchirsi con rendite di posizione,
di casta e di loggia.
Essi firmarono provvedimenti ai danni dei contadini
come nel periodo napoleonico,
tra i quali la libera requisizione di tuttii loro beni
(raccolti e bestiame) nel corso delle campagne militari
ma peggio di tutto, la leva obbligatoria ed indiscriminata,
mentre la leva asburgica esentava almeno i figli unici
di genitori poveri ed i figli unici di piccoli possidenti terrieri,
i quali terreni altrimenti, non potevano essere coltivati
durante la campagne militari e finivano inevitabilemente
nelle mani dei massoni che riscuotevano
le cambiali firmate prima del raccolto.

Fu esattamente in questo modo,
che dopo le “guerre di indipendenza”,
la classe dei legulei si arricchì in modo improvviso ed inaspettato:
c’erano gli avvocati di città che partivano ogni mattina
in calese verso le campagne, per proporre il patriocinio
in tutte le contese, aggravando con le loro spese legali
i contadini piccoli possidenti e facendo
vincere inevitabilmente le cause, ai loro compari di loggia.

Questo ultimo capoverso, lo abbiamo appreso
da uno storico economico scozzese;

nessuno storico italiano, ha avuto ancora il coraggio
di mettere il naso in queste tristissime vicende.”

boia boia li Savoiaultima modifica: 2016-01-21T05:49:07+00:00da Raydessansev

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